L’olandese
Martyn ha avuto modo di esercitarsi fin dalla metà degli anni ‘90 sia sulla
battuta lenta (hip hop) che su quella veloce (drum’n’bass) interpretandole
entrambe in modo non convenzionale, seminando spiazzanti suggestioni sia techno
che house.
Oggi, passato qualche anno, è considerato uno dei maestri
riconosciuti del dubstep: definizione riduttiva e genere musicale che per altro
interpreta in modo personalissimo e a cui arriva non per convenienza modaiola,
bensì come naturale approdo di una sensibilità che ha sempre cercato il lato
più tagliente e misterioso della dance – senza tuttavia mai dimenticarsi di
quelli che sono i pilastri storici su cui si basa la club culture più
illuminata, a partire dai grandi maestri di Detroit. Musica allora senza tempo,
senza gravità, con tuttavia un profondissimo impatto emotivo; musica che ha
fatto strage dei cuori stilisticamente più diversi, da Gilles Peterson a
Ricardo Villalobos, da Laurent Garnier a Luciano, da The Bug a Marcus Intalex,
da Carl Craig (che lo ha voluto sulla sua label Planet E) al collettivo
Underground Resistance, e che è passata su label prestigiose come Warp,
Hyperdub, Tectonic, Ostgut Ton mentre oggi vive soprattutto su 3024, etichetta
creata da Martyn stesso in continua ascesa.