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Bill-Callahan

Bill Callahan

concerti

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www.dragcity.com/artists/bill-callahan

  • Registrato durante la prima parte dell’anno ai Cacophony Recorders di Austin in Texas, il quinto disco della carriera «solista» del musicista (come Smog si è fermato a quota 13), presenta 8 brani definiti dalla stessa label come i «più sensuali e viscerali» dell’intera discografia di Callahan. Dream River arriva a soli due anni di distanza dal precedente Apocalypse. 




    BIO:

    Bill Callahan, è nato all’interno del movimento “lo-fi” americano, quello che annovera artisti come Pavement, Beck, Sebadoh. Ma sarebbe assai riduttivo confinare la sua musica nel nucleo effimero delle nuove tendenze rock. Le sue canzoni, infatti, possiedono quel sapore di immortalità tipico di classici come Nick Drake, Lou Reed, Leonard Cohen e Nick Cave. Sono miniature sonore, acquerelli minimalisti che esplorano i recessi più cupi della mente, la solitudine, l’angoscia, l’alienazione, sviluppandosi attorno a un canovaccio musicale tanto sobrio quanto originale. A sorprendere l’ascoltatore sono soprattutto le continue variazioni di ritmo, i contrappunti, l’ambientazione austera e le figure nervose di chitarra, che si avvitano intorno a vibrazioni degne dei Television, ma anche le litanie, che Smog intona su un registro abulico e decadente.

    Nato nel 1966 nel New Hampshire pubblica Il suo album d’esordio, Sewn To The Sky, nel 1990, quando in America sta impazzando il “lo-fi”. Smog non si sottrae a questi canoni e vi aggiunge del suo, mescolando discordanze, cantilene sgangherate e ritmi fuori tempo e lasciando solo a tracce come “Peach Pit” e “A Jar Of Sand” i momenti più umani del disco, quelli in cui il suo umore depresso di cuore solitario e anticonformista trapela in tutta la sua desolazione.

    Restando sempre rigorosamente lontano dalle luci della ribalta, Smog viene ingaggiato dalla Drag City, una delle più autorevoli etichette indipendenti degli Stati Uniti, per la quale incide l’Ep Floating, cui fa seguito l’album Forgotten Foundation, un disco complesso, in cui armonie più “regolari” e ballate folk dal sapore classico si accompagnano alle sue stravaganze sonore.

    Meno frammentario e più ricco musicalmente Julius Cesar (1993) segna un’altra svolta nella carriera di Smog. Il rock grezzo e “lo-fi” degli esordi lascia spazio a un nuovo gusto per l’orchestrazione, a cui il cantautore americano aggiunge il suo tipico tocco spettrale e decadente. Lo spettro sonoro è molto più ampio: dal country-western alla serenata lisergica, In bilico tra il rock nevrotico alla Television e lo spleen decadente di cantautori come Lou Reed e Leonard Cohen, Smog mette a punto quello che ormai è il suo marchio d’autore.

    Callahan è ormai un musicista completo, in grado di aggiornare il cantautorato classico con le intuizioni più brillanti di movimenti post-punk come la new wave, il dark-rock, il lo-fi e il post-rock. E a sostenerlo c’è anche un guru della scena “indie” statunitense come Jim O’Rourke. Nel 1995 perviene così al suo capolavoro: Wild Love. Il rock grezzo e “lo-fi” degli esordi si è saldato con un peculiare gusto per l’orchestrazione, dando vita a uno spettro sonoro ampio ed eccentrico. Il violoncello (suonato da O’Rourke) e le tastiere, in particolare, aggiungono un tocco sinistro ai pannelli di desolazione quotidiana di Smog, in un’ipnotica commistione di musica da camera e indie-rock.

    Il successivo Ep Kicking A Couple Around ripropone le sonorità più ruvide del passato. L’album The Doctor Came At Dawn segna invece una maggiore attenzione per la formula della ballata per voce e chitarra. La ricetta musicale di Smog viene ulteriormente collaudata in Red Apple Falls, l’album del 1997, che offre ancora brani preziosi e nel 1999 sforna un disco sorprendente come Knock Knock (1999). In cui le canzoni funeree di Callahan assumono i toni di un vero rock da camera. Resta dominante il tema del “mal di vivere”, espresso da Smog in storie fataliste, pervase da un umore depresso e abulico.

    Aiutato da collaboratori di prestigio come John McEntyre e Jeff Parker dei Tortoise, Callahan sceglie con Dongs Of Sevotion (2000) la strada di un cantautorato più morbido e “soul”. In ogni caso, anche con questo disco, Smog riesce a dimostrare di padroneggiare ormai con sicurezza il suo stile drammatico, capace di combinare le sonorità ruvide del rock con orchestrazioni classiche e austere.

    Nel 2001 è la volta di Rain On Lens. Segue Supper (2003) che segna un ritorno al sound scarno dei primi dischi, nonostante la presenza di John McEntire dei Tortoise e di alcuni sprazzi di rock elettrico. Rispetto ai precedenti lavori, tuttavia, il suono si fa più caldo e armonioso, quasi a voler offrire una consolazione dall’angoscia che pervade i brani. Nel 2005 è la volta di A River Ain’t Too Much Love. Dieci istantanee color seppia, ingiallite nei ricordi di un’America mitica, stretta parente di quella narrata dalle penne “sudiste” di William Faulkner e Cormac McCarthy.

    Nel 2007, a sorpresa, il Nostro accantona il moniker Smog per riappropriarsi della propria identità (Bill Callahan) su Woke On A Whaleheart, un disco all’insegna di un raffinato country-folk.

    Segue nel 2009 Sometimes I Wish We Were An Eagle che getta un evidente ponte verso il mood riflessivo dell’ultimo album a nome Smog. Si tratta in generale di narrazioni a metà tra il cantato e il parlato, incentrate sui temi dei rapporti umani, della natura e della religione, affrontati con apparente distacco e con un pacato registro da crooner, cui si confà alla perfezione la profondità una ricca varietà di arrangiamenti, impreziositi dalla sobria centralità degli archi, associati a ritmiche piuttosto marcate, ruvidi upbeat e anche semplici arpeggi acustici.

    Dopo la fortunata consacrazione del 2009 con Sometimes I Wish We Were An Eagle, Callahan pare voler ricostruire dall’inizio, con Rough Travel For A Rare Thing, il proprio percorso di distacco dal mondo del cantautorato lo-fi, fornendo un prosieguo sempre incentrato sulla sua figura, sul suo crooning vellutato sorretto da una sezione ritmica decisa e dalla vivacità degli archi. Nonostante si tratti di un live, tutto suona molto più levigato di altra sua precedente produzione.
    Segue A River Ain’t Too Much To Love album che rivela una sopraggiunta maturità espressiva, soprattutto nell’espressione vocale di Callahan, una capacità di raccontare storie con calore e distacco allo stesso tempo. Una “pienezza”, una vitalità forse mai verificate in precedenza che emerge in tanti piccoli particolari.

    Più loner che mai, Callahan ritorna in studio per pubblicare nel 2011 Apocalypse. Al quattordicesimo album, il cantautore di Silver Springs si attesta su un registro in apparenza meno cupo rispetto alla dimessa introspezione del lavoro precedente, indossando gli abiti ruvidi e consunti del mandriano (“Drover”) per percorrere in solitudine vallate recondite nelle quali confondersi con il paesaggio e confondere la propria pena con quella dei luoghi e degli esseri animati che lo circondano 
in Apocalypse prevale una varietà di registri la cui relativa asprezza travalica gli stilemi dell’alt-country per attestarsi su citazioni sudiste che vanno da un latente Delta blues a sfumature jazzy, passando per tutta una serie di zufoli e arpeggi dallo spiccato sapore bucolico.